Il ricordo di Bruno Caccia, 40 anni dopo

 Il ricordo di Bruno Caccia, 40 anni dopo

40 anni fa a Torino, nel ‘profondo nord’, quasi 10 anni prima degli attentati a Falcone e Borsellino, il magistrato Bruno Caccia veniva assassinato. Era il 26 giugno 1983 e Bruno Caccia rimane ancora il primo e unico magistrato ucciso al nord.

Il 1983 porta il pensiero agli anni del terrorismo rosso e nero (Brigate Rosse, Prima Linea, Ordine nuovo e i Nuclei armati rivoluzionari), ma non va trascurata la crescita preoccupante, proprio in quello stesso periodo nel Nord Italia, dei sequestri di persona (spesso imprenditori o loro familiari) per mano della mafia siciliana e calabrese. A Torino, ad esempio, operavano i clan catanesi, detti cursoti, e alcuni ‘ndranghetisti. Se da un lato il terrorismo poteva considerarsi sconfitto, un nuovo periodo stava affondando le radici al Nord. Gli anni ’80 sono anche gli anni degli scandali dei petroli, una truffa orchestrata da aziende italiane che prendevano parte a una rete di contrabbando.

Nel 1980, in questo contesto, Bruno Caccia veniva nominato Procuratore capo della Repubblica a Torino. Arrivò consapevole della responsabilità dell’incarico, ma anche al corrente delle condotte scorrette di alcuni colleghi sostituti procuratori, gli stessi che poi furono sottoposti a processo disciplinare e penale per sua iniziativa. La sua condotta integerrima e incorruttibile, lo fece subito distinguere, e lo caratterizzò a vita, come uomo e come professionista.

Per lungo tempo la morte di Bruno Caccia fu erroneamente attribuita alle Brigate Rosse, e ancora oggi si può riscontrare questa falsa credenza tra le persone. In realtà le indagini scartarono dopo poco l’ipotesi brigatista. L’11 luglio le stesse Br negarono: “Con la morte di Bruno Caccia noi non c’entriamo – dichiarò il brigatista Francesco Piccioni leggendo un comunicato nell’aula del carcere Le Vallette di Torino – Questo è un omicidio a cui purtroppo siamo estranei”.

Anche la pista che seguiva i giri di denaro nell’ambiente del Casinò di Saint Vincent non fu ritenuta valida, nonostante alcuni testi e ufficiali di polizia giudiziaria l’avessero indicata esplicitamente.

La prima sentenza di condanna per la morte di Bruno Caccia, portò invece alla luce la vicinanza di alcuni “magistrati inquinati” ai clan malavitosi, che furono quindi aiutati e rafforzati nell’intento di uccidere Caccia. Si può dire quindi che la sua morte finì per nei piani sia del crimine organizzato, sia dei funzionari e magistrati collusi, poiché non era possibile influenzarlo né con minacce, né attraverso lusinghe.

Attraverso un agente provocatore mandato nel carcere di Torino, si individuò il mandante dell’omicidio nella persona di Domenico Belfiore, capo riconosciuto della ‘ndrangheta in Piemonte, già in carcere per altri reati. Altri membri della criminalità organizzata iniziarono a rilasciare all’autorità giudiziaria dichiarazioni dal carcere che indicavano gli intenti omicidi di appartenenti al clan calabrese. Dopo un lungo processo, rinvii e sentenze nei diversi gradi di giudizio, nel settembre 1992 Mimmo Belfiore venne condannato all’ergastolo come mandante dell’assassinio.

Dopo quella sentenza il capitolo Caccia sembrava essersi chiuso, anche se rimanevano molti interrogativi aperti e soprattutto non erano stati individuati gli esecutori materiali dell’omicidio. Bisognerà aspettare il 2015 per riaprire le indagini a Milano: Rocco Schirripa, ‘ndranghetista e collaboratore di giustizia, viene arrestato, processato e infine condannato in via definitiva all’ergastolo come esecutore dell’omicidio.

40 anni sono passati, la verità giuridica è scritta nelle sentenze ma è una verità parziale, che lascia aperta una ferita in primis per la famiglia Caccia che chiede ancora verità e giustizia, e in secundis per lo Stato che ha perso un magistrato tanto rigoroso e integerrimo.

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Sara Levrini