Golden Hour – NOVEMBRE 2022

 Golden Hour – NOVEMBRE 2022

Editoriale

Il Cambridge Dictionary definisce concept album come di seguito: “an album on which all the pieces of music are based on a single idea”, dunque una studiata raccolta di brani, ognuno dei quali accuratamente collegato tramite un leitmotiv, appunto un CONCETTO, inteso in un’accezione piuttosto lata; gli esiti possibili sono infatti svariati. 

Come in molti fenomeni storici e/o sociali, stabilirne un’origine precisa è complesso: tra le opinioni in merito, quella di Rick Wakeman (il tastierista degli Yes) è tra le più accreditate. Il musicista britannico fa risalire la nascita del fenomeno agli anni ’40, in particolare alla pubblicazione di Dust Bowl Ballads, album folk del cantautore americano Woody Guthrie. Originario dell’Oklahoma, Guthrie è ad oggi riconosciuto come uno degli esempi preclari della canzone americana e, in particolare, di quella detta “di protesta”: nei suoi testi sono infatti frequenti tematiche di matrice anti nazi-fascista (la scritta “This Machine Kills Fascists” campeggiava fieramente sulla sua chitarra), socialista e comunista; ciò alimentò una certa antipatia nei suoi confronti da parte dei piani alti, massimamente nel periodo del maccartismo e della cosiddetta “caccia alle streghe”. Ulteriore esempio del vivo interesse dell’artista verso l’attualità è Ballads of Sacco e Vanzetti, altro concept album basato sulle vicende dei due anarchici italiani condannati ingiustamente a morte.

Le teste, e di conseguenza le opinioni, sono però tante: al di là della suggestiva vicenda di Woody Guthrie sono infatti molte le possibili ricostruzioni dei natali del fenomeno concept album, da Sinatra ai Beach Boys, passando per gli onnipresenti Beatles. Il tutto sfocia e fiorisce negli anni ’70, con la diffusione del prog/art rock e delle cosiddette Rock Operas: album di genere rock che hanno il proprio fulcro in una storia, vero e proprio nucleo generatore dei brani. Come nella drammaturgia musicale, dunque, la narrazione è centrale. Per citare solo alcuni esempi, The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders From Mars di David Bowie (1972; interessante riportare le dichiarazioni di Bowie stesso in merito ai live dell’album, che evidenziano una spiccata velleità drammaturgica: “L’allestimento sarà sconvolgente, molto teatrale; costumi, coreografie, una cosa mai tentata prima”), Quadrophenia dei The Who (1973), Berlin di Lou Reed (1973) e, naturalmente, The Wall dei Pink Floyd (1979). 

Tornando al concept album in senso lato, non mancano episodi “nostrani”, come Fetus di Franco Battiato (i cui brani rimandando a Il mondo nuovo, romanzo di Aldous Huxley), Non al denaro non all’amore né al cielo di Fabrizio De André (che nasce dalla suggestione prodotta dalla lettura dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters), anche molto recenti come Orlando: Le Forme dell’Amore, dei Banco del Mutuo Soccorso (2022). Sarebbe possibile (probabilmente non particolarmente utile) continuare pressoché all’infinito: nonostante ciò, è innegabile che la musica stia cambiando, e con essa le modalità di ascolto. Certo, vengono ancora pubblicati concept album (come PSYCHODRAMA, album del 2019 del rapper britannico Dave, interamente basato su una seduta di psicoterapia), ma che qualcosa sia mutato è lampante. Una fruizione spesso distratta, inadeguata e qualitativamente “scarsa” (ne è esempio l’ascolto dalle casse dello smartphone) regna sovrana: a nessuno verrebbe in mente di leggere un libro o ammirare un quadro mentre fa la doccia o stira le magliette (lungi da me fare la morale, sono tra i primi a commettere il peccato di cui sopra). Perché dunque fare lo stesso con la musica? I brani diventano poi, sempre più spesso, brevissimi spezzoni, ascoltati sui social e riconosciuti “perché l’ho sentito su TikTok”, dando luogo a una sorta di snaturamento, un posizionamento in un contesto altro – non per forza sbagliato – ma sicuramente nuovo. Fenomeno interessante legato a ciò è la cosiddetta loudness normalization, ovvero l’uniformazione dei livelli di volume dei brani operata dai servizi di streaming e, in generale, dai provider di musica; tutto ciò al fine di dare all’ascoltatore un senso di omogeneità nell’ascolto di brani provenienti da artisti, album, epoche e generi differenti. Senza addentrarci in dettagli eccessivamente tecnici, questo ha anche dei risvolti negativi: per soddisfare tali requisiti i brani vengono infatti “fatti suonare” più forti o più deboli per mezzo di una compressione. Di questo, sovente, risente la gamma dinamica dei pezzi (ovvero la differenza di volume tra le varie sezioni del brano) e, di conseguenza, la qualità della fruizione del prodotto artistico in sé.

Ribadendo la distanza da qualsiasi tipo di moralismo o nostalgia (di tempi da me non vissuti, peraltro), mi piace concludere questo discorso con una riflessione: certo, continuerò ad ascoltare musica mentre cucino o quando sono in palestra, né smetterò di fare uso di playlist messe insieme da un algoritmo o di crearne io stesso (anche perché, ripeto, non trovo nulla di male in tutto ciò); forse, però, potremmo tutti quanti ritagliarci più spesso un attimo da dedicare ad un ascolto più attento, più consapevole.

Un momento di vero e proprio otium “alla latina”: a una certa basta con ‘sto multitasking.

Title Track

Lo ammetto, la scelta di un brano eponimo per questo mese mi ha messo in difficoltà: tra Tyler, The Creator, Guns N’ Roses, Drake (e altri) erano infatti numerosi i potenziali candidati; alla fine è stata però November Has Come (2005) dei Gorillaz, in collaborazione con MF DOOM, ad avere la meglio. 

Contenuta in Demon Days – lo stesso album della super hit Feel Good Inc. – la traccia lascia spazio ad uno sfogo del supervillain del rap nei confronti del genere, “ora” ai primi posti nelle classifiche, ma profondamente decaduto secondo DOOM (your gold hits sound dumb, “le tue hit [da disco] d’oro suonano stupide”). Si noti poi, in apertura della seconda strofa, il riferimento a Can I Kick It?, pezzo del 1990 del collettivo hip hop A Tribe Called Quest. Iconico per il genere, costituisce un punto di vista nostalgico, che assume toni altrettanto pessimisti nel ritornello cantato da 2-D (uno dei membri del gruppo, costituito dai quattro personaggi fittizi generati dalla fantasia del musicista Damon Albarn e del fumettista Jamie Hewlett). Il centro tematico del chorus può essere infatti considerato la finitezza del tempo (you know November has come when it’s gone away, “sai che è arrivato novembre quando ormai se n’è andato”). 

Il penultimo mese allude poi alla fine, ad una conclusione (non solo dell’anno). Chi lo desidera, può notare qui l’inquietante zampino del destino che, tanto ironico quanto crudele, ha voluto che MF DOOM ci lasciasse proprio il 31 ottobre del 2020.

MusiCalendario

Restiamo in linea con l’editoriale: sono infatti 43 le candeline che The Wall spegnerà mercoledì prossimo (30 novembre). L’undicesimo disco dei Pink Floyd nasce da un singolare episodio: è il 1977 e la band è impegnata in un tour mondiale. Durante uno show a Montréal, Roger Waters (complice una situazione psicologica già non facile) si innervosisce e sputa su alcuni fan che, vociando o comunque prestando poca attenzione, lo stavano disturbando. È da questo episodio combinato con altri stimoli (spesso figli del malessere del bassista) che nasce l’esigenza di imbarcarsi nella monumentale rock opera.

Nei 26 “atti” vengono snocciolati e affrontati diversi temi: il rapporto con i genitori, la guerra (che ha ucciso il padre di Pink) e la pace, l’inadeguatezza dei metodi e delle strutture scolastiche (che, ignorando e svalutando le potenzialità dei singoli, tarpano le ali ai giovani; il tutto risulta nella creazione di copie di copie, mattoncini dello stesso muro: Another Brick in the Wall, appunto), la paranoia e la turris eburnea – o, meglio, il muro- dentro/dietro la/il quale è spesso facile finire, volenti o nolenti. 

Il tutto è visto attraverso gli occhi di Pink, personaggio fittizio e rockstar di successo che vede la sua vita e la sua carriera scivolargli tra le dita: il nodo principale è il rapporto umano tout court. Che si tratti della moglie, dei fan o di produttori “sanguisughe”, Pink non è più in grado di avere interazioni sane con gli altri. 

È solo tramite una profonda autoanalisi, un vero e proprio processo (The Trial, venticinquesimo brano) che Pink arriverà a fare i conti con sé stesso, distruggendo finalmente il muro in Outside The Wall. La ventiseiesima (ed ultima) traccia contiene un avvertimento rivolto all’ascoltatore: 

And when they’ve given you their all/ Some stagger and fall, after all it’s not easy/ Banging your heart against some mad bugger’s wall

“Dopo essersi dati del tutto per te, alcuni barcollano e cadono; dopotutto non è facile sbattere il cuore contro il muro di un pazzoide bastardo”. In parole povere: meglio non tirare troppo la corda ed evitare di abituarsi a quell’isolamento che rende piacevolmente intorpiditi, poiché crea dipendenza, e alla fine la gente si stanca di venirti incontro. 

Il disco si chiude con una composizione ad anello; una frase, sussurrata e quasi impercettibile (“Isn’t this where”), si rivela infatti complementare a “we came in?”, situata in apertura del primo brano del disco: “Non è forse da qui che siamo entrati?”. Non smetteremo mai di chiuderci dietro a barriere e muri.

Questa non è che una ridicola sintesi di tutto ciò che si potrebbe dire su uno dei concept album più straordinari e di successo di sempre: il kolossal (un’ora e venti di musica) è stato infatti ricoperto da una vera e propria pioggia di dischi d’oro, platino e diamante. Il riverbero nella cultura pop è stato poi notevole, anche grazie agli iconici video musicali, alla copertina realizzata dal fumettista londinese Gerald Scarfe ed al film correlato al disco (uscito nel 1982 con regia di Alan Parker e animazioni dello stesso Scarfe). 

Difficile dunque, ad oggi, dichiararsi completamente “digiuni” dal disco.

Eventi in arrivo

A livello nazionale, vale sicuramente la pena segnalare il tour de force che impegnerà Ludovico Einaudi per buona parte del mese di dicembre: il compositore torinese si esibirà infatti quasi ogni sera (per un totale di 14 show) a partire dal primo fino al 18 dicembre presso il Teatro Dal Verme di Milano. 

A dicembre alcuni palchi dello stivale avranno poi ospiti internazionali di notevole caratura, come Pusha T, Bryan Adams e i Simply Red: il primo sarà al Fabrique di Milano il 2 (unica data italiana), mentre Adams suonerà a Conegliano il 5, a Roma il 6 e a Firenze l’8 dicembre. Il complesso britannico ha invece due date in programma: Roma e Padova, rispettivamente il 14 ed il 15. La band suonerà anche nella nostra regione nell’estate prossima. 

Novembre ha poi riservato due belle sorprese per gli amanti dell’hip hop: l’annuncio del primo live italiano di Travis Scott (30 giugno, ippodromo SNAI di Milano) e quello di uno show di Westside Gunn (data incerta – probabilmente gennaio 2023 – e luogo ancora ignoto).

Torino e provincia:

Due notevoli appuntamenti presso l’auditorium Giovanni Agnelli: Paolo Conte ed Elisa si esibiranno infatti rispettivamente l’1 ed il 16 dicembre. 

Al Teatro Colosseo troveremo invece Marco Masini (3), Alex Britti (4), Umberto Tozzi (5), Noemi (7) e Massimo Ranieri (10-12). 

Anche la cantautrice toscana Nada sarà in concerto a Torino: porterà live “La paura va via da sé se i pensieri brillano”, il nuovo album uscito in ottobre. Appuntamento al Combo Club di Settimo per il 3-12. 

Alle OGR, il 22 dicembre, si esibirà Manuel Agnelli. 

Poker d’assi per quanto riguarda il Pala Alpitour, che ospiterà gli show di Biagio Antonacci (14), Il Volo (15), Alessandra Amoroso (17) e Salmo (18-12). 

Chiudiamo con l’Hiroshima Mon Amour, dove sarà possibile ascoltare dal vivo Claver Gold (2), L’entourloop (8), Ruggero de I Timidi (9) e Alborosie, che porterà a Torino una serata a tutto reggae (11-12).

Come a novembre, anche durante il mese prossimo Lingotto Musica dedicherà una serata a giovani, talentuosi esecutori: Jae Hong Park, pianista sudcoreano del ’99 e vincitore del prestigioso premio Busoni, suonerà musiche di Franck e Schumann (13 dicembre, Sala 500, ore 20.30).

Da segnalare i tre appuntamenti dedicati al balletto presso il Teatro Regio: il Balletto dell’Opera di Tbilisi calcherà lo storico palco dal 4 all’11 sulle note dei Carmina Burana di Carl Orff e, dal 16 al 23, su quelle dello Schiaccianoci di Čajkovskij. Per concludere l’anno in bellezza (dal 29 al 31 dicembre), un ospite prestigioso tanto quanto la venue: Roberto Bolle (and Friends) porterà tre spettacoli inediti nel capoluogo piemontese. 

Presso l’Auditorium “Giovanni Agnelli”, in data 12 dicembre, l’Orchestra Suzuki suonerà musiche di Bach, Beethoven, Mendelssohn, Mozart e altri per l’evento “La Musica Nel Cuore”, organizzato dall’associazione De Sono. 

Chiudiamo, come il mese scorso, con gli appuntamenti di Unione Musicale e con quelli dell’Orchestra Sinfonica Nazionale RAI, ottime occasioni per ascoltare tanta buona musica; l’ultima ha anche organizzato un grande concerto di Natale che si terrà il 23 dicembre alle 20.30: in programma il Corale della nona sinfonia di Beethoven.

DiStagione

A partire dall’ultimo venerdì di ottobre (non trattato nello scorso numero) è stata pubblicata parecchia musica interessante: vediamone insieme una parte.

Cominciamo da Her Loss, joint album di Drake e 21 Savage, duo particolarmente apprezzato dalla critica grazie a precedenti episodi quali Sneakin’, Knife Talk e Jimmy Cooks. L’annuncio è stato dato proprio nel video ufficiale di quest’ultimo pezzo, pubblicato su YouTube il 22 ottobre scorso; un disco interessante in cui i protagonisti escono talvolta dalle rispettive comfort zone, con esiti non scontati. Il successo è stato notevole, con oltre 382 milioni di ascolti solo nella prima settimana a partire dalla pubblicazione: da non perdere – a mio avviso – Treacherous Twins e Circo Loco (anche solo per il sample di One More Time dei Daft Punk). 

Nell’ultimo venerdì di ottobre si sono fatti sentire anche Westside Gunn con 10 (Nigo Louis, con un clamoroso beat di Elijah Hooks e Denny Laflare, è un “viaggio” che vi consiglio di fare), e SZA con Shirt: un singolo molto atteso dai fan, anche grazie ai diversi spoiler trapelati e prontamente diffusi sui social. La cantautrice statunitense ha poi annunciato l’uscita (in dicembre) del nuovo album S.O.S

La soundtrack di Black Panther – Wakanda Forever (nelle sale dal 9 novembre) costituisce un’altra interessante novità del mese: venti brani che coinvolgono parecchi artisti, tra cui Rihanna (presente in Lift Me Up e Born Again), Burna Boy (Alone), Tems (impegnata in una cover di No Woman No Cry), Stormzy (Interlude). Quest’ultimo torna a riservarsi un posto d’onore nella nostra rubrica: continua il suo percorso verso il nuovo album con il singolo Firebabe che, realizzato in collaborazione con la cantautrice Debbie Ehirim, prosegue sulla linea “morbida” e “calda” intrapresa già dalla precedente release

Degno di attenzione anche Redcar les adorables étoiles (prologue), di Christine and the Queens: il terzo disco del cantautore francese è caratterizzato da un sound fortemente anni ’80, con influenze provenienti da grandi artisti quali Talking Heads, Depeche Mode, The Cure e altri (è stato l’artista stesso ad elencare i nomi di cui sopra in un’intervista rilasciata al magazine francese Numéro). Da ascoltare rien dire

A novembre è poi accaduto qualcosa di singolare: una strana congiuntura astrale ha infatti voluto che due mostri sacri come Bruce “The Boss” Springsteen e Francesco Guccini pubblicassero entrambi dei cover album. Il primo ha reso disponibile Only the Strong Survive, 15 pezzi squisitamente soul: spiccano Soul Days e I Forgot To Be Your Lover, nei quali torreggia il featuring di Sam Moore, ex membro dell’iconico duo Sam & Dave. Il cantautore modenese ha invece pubblicato Canzoni da intorto: si tratta, come ha dichiarato Guccini stesso in un’intervista, di brani “che cantavo alla sera con gli amici, (…) canzoni particolari, non conosciute”, dotate, dunque, di una dimensione fortemente popolare e intima allo stesso tempo. Il tutto è rafforzato dall’audace decisione di ricorrere al solo formato fisico: “Lo streaming? Non so cosa sia”, ha detto. 

Novembre è stato anche il mese di Ernia: dopo Gemelli e Gemelli (ascendente Milano), è uscito IO NON HO PAURA; 14 brani in cui il “duca di Milano” – come il rapper stesso ama definirsi – dà prova della sue notevoli capacità di scrittura (ne è lampante esempio TUTTI HANNO PAURA, con Marco Mengoni), ma anche di una grande poliedricità, tra rap “nudo e crudo” e ritornelli cantati. COSÌ STUPIDI è diventata subito la mia preferita, complice forse l’uso del sample di Stupidi, un brano di Ornella Vanoni del 1974. Rimangono dunque innegabili le capacità di Ernia, che nello scorso settembre erano state preventivamente ribadite a pubblico e concorrenza con il Red Bull 64 Bars (con un gran bel beat di Sixpm). 

Chiudiamo con i BROCKHAMPTON, che dopo dodici anni di onorata carriera hanno deciso di chiudere bottega, orientandosi (alcuni dei membri) verso carriere da solisti e/o altri progetti. Il fatto era noto ai fan già da aprile: quello di Coachella 2022, infatti, era stato definito dalla boyband come il loro ultimo concerto insieme (“last show ever”, aveva sentenziato Kevin Abstract con un tweet), per dare poi l’annuncio di un album di addio chiamato The Family. Nessuno però si aspettava che The Family sarebbe stato seguito da TM, un ulteriore disco pubblicato il giorno dopo (rispettivamente 17 e 18 novembre), per un totale 28 brani back to back: forse un tentativo di consolare la community, colma di nostalgia dei “bei tempi andati”. Ho particolarmente apprezzato Gold Teeth, Brockhampton e Man On The Moon; vale la pena spendere due parole in più in merito al pezzo citato per penultimo: qui Abstract saluta la band, ricordandone alti e bassi non senza una certa commozione che, a tratti, sembra coglierlo (I miss the band already, esordisce). Kevin prosegue con un elenco delle migliori qualità di alcuni dei membri del gruppo, e chiude Brockhampton (ed il disco) con uno sguardo verso il futuro: ora ognuno dovrà proseguire per la propria strada.

Get out your seats, move, the show is over

È ora di alzarsi, lo spettacolo è finito; chissà se ci aspettano bloopers o altri “contenuti speciali”.

Golden Hour Gems

Per la selezione di questo mese sono andato sul sicuro: tutti brani che conoscevo bene e che avevo in mente da tempo per la nostra playlist, eccezion fatta per Alba

Ho infatti scoperto (con piacere) AINÉ solo durante il mese scorso: romano di classe ’91, è un cantante, musicista e produttore con un curriculum di tutto rispetto. Arnaldo Santoro – vero nome di AINÉ – può infatti vantare diverse eminenti collaborazioni (Mecna, Sick Luke, Davide Shorty, Clementino, Sissi e Willie Peyote, per citarne solo alcuni), così come la partecipazione a Sanremo Giovani e il ruolo di docente in diverse scuole di musica. 

Fossi in voi butterei l’occhio, o meglio l’orecchio.

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Al mese prossimo!

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Francesco Bonfante