Golden Hour – GENNAIO 2023

 Golden Hour – GENNAIO 2023

Editoriale

L’originalità nell’arte è un concetto scivoloso: quanto conta fare qualcosa di effettivamente nuovo? Qual è il confine tra sperimentalismo puro ed effettiva creatività? O ancora, quanto può essere “originale” o “creativa” una rielaborazione, una cover, un sample?

Partiamo dalle basi: il sampling (in italiano “campionamento”) consiste nella selezione e nella conseguente rielaborazione creativa di determinate parti di un brano, brevi o estese, vocali o strumentali; la manipolazione delle stesse può essere più o meno elaborata, con la possibilità di prodotti finali molto distanti dall’originale, ma anche di vere e proprie citazioni. Si tratta di un processo comune a molti generi e riscontrabile in parecchia musica, ma riconducibile perlopiù al macrocosmo e alla cultura hip-hop: l’AKAI MPC60, probabilmente il campionatore più iconico di sempre, ha infatti un notevole valore simbolico nella storia del genere, con veri e propri “virtuosi” del sampler come J Dilla; allo strumento – nato negli anni ’80 – sono poi seguite diverse evoluzioni (hardware come software), modelli successivi ed imitazioni, ma allo stesso tempo è possibile individuare alcuni “papà” (o “nonni”) dell’MPC, tra cui il mellotron. Diffusosi perlopiù tra gli anni ’60 e ’70, si tratta di un particolare strumento a tastiera, in cui ad ogni tasto corrisponde una porzione di nastro elettromagnetico con relativa testina: alla pressione, i due elementi entrano in contatto, riproducendo suoni pre-registrati. Concettualmente parlando, quindi, il passo verso il sampler è breve. Il concetto di rielaborazione di materiale sonoro pre-esistente si era già fatto strada nelle orecchie di alcuni ascoltatori, soprattutto nell’ambito della cosiddetta musica “colta”: risalgono infatti agli anni ’40 i primi esempi di musica concreta, genere basato sulla registrazione e sulla manipolazione elettromeccanica di suoni reali, appunto “concreti” (per un esempio si ascoltino gli Études de Bruits di Pierre Schaeffer o Ritratto di Città, di Bruno Maderna e Luciano Berio). L’innovatività del mellotron dev’essere stata comunque d’impatto: uno strumento senza un suo proprio suono, ma che allo stesso tempo poteva produrli “tutti” non poteva non stimolare fortemente la creatività dei musicisti: fu così che il mellotron si fece strada in molta della musica di quegli anni (tra i vari possibili esempi, Space Oddity di David Bowie o Strawberry Fields Forever dei Beatles).

Tornando a parlare strettamente di sampling, come si diceva sopra, l’hip-hop è saldamente collegato a questa pratica, particolarmente radicata e, mutatis mutandis, rimasta attuale ed in uso dalle origini del genere fino ai giorni nostri: quale migliore esempio della pionieristica Rapper’s Delight della Sugarhill Gang, riconosciuta come una delle prime (se non la prima) vera e propria canzone rap, per dimostrare la funzione di pietra d’angolo che il sampling ha per il genere? Il pezzo del 1979 contiene infatti campioni tratti da due brani, ovvero Here Comes That Sound Again, di Love De-Luxe & Hawkshaw’s Discophonia e Good Times degli Chic. Rimaniamo tra i giganti con Nas: la sua It Ain’t Hard to Tell (1994, prodotta da Large Professor) presenta sample provenienti da diversi pezzi, tra cui Slow Dance di Stanley Clarke, N.T. di Kool & the Gang e Human Nature di Michael Jackson. Volete un altro esempio, magari più attuale? Night Skinny, che ha campionato parte della seconda strofa di Life’s a Bitch di Nas (tanto per restare in tema) e l’ha inserita nella intro di Fuck Tomorrow, pezzo di Rkomi del 2016: un brano di pochi anni fa, peraltro di un artista italiano: più attuale (e pure geograficamente vicino) di così!

Tornando brevemente alle domande posteci in apertura, le questioni legali ed etiche sono un ginepraio, nel quale sovente risulta difficile orientarsi (accuse di plagio e querele assortite legate all’uso dei sample sono tutt’altro che infrequenti); giusto l’altro giorno, sulla pagina Instagram therapviews, leggevo un interessante articolo in merito. Il pezzo verte su come, ad oggi, sia facile imbattersi in brani in cui il sample è usato come “ingrediente principale” (main ingredient) del beat, così da catturare rapidamente l’attenzione dell’ascoltatore in un moto di nostalgia “a breve termine”: un’esca funzionale alla fruizione immediata e frammentaria che, ad oggi, ci capita spesso di avere (per via dei social, TikTok in testa). Il tutto è corredato di esempi, tra cui Trap Slim di Yo Guiguiry (2022), che campiona Replay di Iyaz (2009): nonostante la tesi e gli argomenti a supporto della stessa siano interessanti e calzanti, non farei però della questione un indicatore di crisi della musica hip-hop/rap o della pratica di sampling tout court: il gusto per la ricerca, la citazione e la manipolazione (senza dimenticare il processo opposto, messo in atto da ascoltatori appassionati e/o nerd come il sottoscritto) godono di ottima salute ancora oggi, rappresentati da produttori come Madlib, Daringer o Bassi Maestro (su cui spenderemo altre due parole più avanti), per restare in patria. L’abbondanza di contenuti di approfondimento relativi ai sample usati nelle hit che popolano le nostre classifiche dimostrano un forte riconoscimento rivolto all’identità dei producer ed un vivo interesse nei confronti del loro lavoro; format del tipo “4 PRODUCERS 1 SAMPLE” (longeva serie del canale YouTube del musicista e content creator Andrew Huang), poi, ritraggono una comunità di producer prolifica, curiosa ed appassionata nella conservazione (ed evoluzione) di una pratica che può ancora stupirci.

In conclusione, ho pensato che potesse essere interessante avere le opinioni di qualcuno “con le mani in pasta”, per cui ho rivolto un paio di domande a Francesco Pezzettaaka Krimson, un (fortissimo) beatmaker milanese classe ’96. Ho avuto il piacere di condividere con Francesco il mio percorso di formazione presso la Scuola di Alto Perfezionamento Musicale di Saluzzo e, subito dopo aver scelto l’argomento dell’editoriale del mese, mi è venuto in mente il suo nome.

In quanto produttore e amante dell’hip hop, cosa vuol dire per te campionare?

Ancora prima che amante dell’hip hop e del sampling sono un amante della musica e del suono. Campionare stimola la curiosità nell’approcciare universi musicali che si trovano spesso al di fuori dei canali di diffusione e distribuzione più battuti, ignorati talvolta anche dagli ascoltatori di musica più consapevoli. Credo che l’atto di campionare metta in connessione questi universi con la forma e gli elementi tipici dell’hip hop, perpetrandone la loro durata nel tempo. Non si tratta di omaggiare, citare o ridare linfa a qualcosa di dimenticato, ma di servirsi del sample come sostanza materica dalla quale costruire qualcosa di nuovo, ma che allo stesso tempo già esiste.

Cosa cerchi in un sample?

A volte la sensazione è che sia il sample a cercare te. Escludendo il caso in cui il campionamento sia puro esercizio di stile nel quale si imita l’approccio al sampling di un determinato producer, è il sample stesso a suggerirti quale strada seguire. La vera scelta sta nel deviare da quella strada, aggiungendo qualcosa di personale alla storia che già è racchiusa in quel campione.

Una volta trovato il sample giusto, come procede il tuo workflow?

Non seguo delle regole troppo rigide, ma, tendenzialmente, dopo aver individuato le parti che mi interessano cerco di uniformarle alla struttura della “canzone rap”. Capita talvolta di servirmi di un particolare groove che ho in testa e partire da quello per la stesura dei campioni. A volte il groove è già contenuto nella traccia che ho scelto di campionare e il mio interesse è orientato sullo scomporne le sezioni. In linea generale, penso che faccia parte del mio workflow l’idea di individuare, nella fase creativa, un artista a cui destinare quello che sarà il beat.

Cosa diresti a chi si mostra “scettico” nei confronti della componente creativa necessaria e coinvolta nel processo del sampling?

Credo che il processo di sampling trascenda il discorso musicale e che sia riscontrabile in molte altre forme di espressione artistica: lo si può osservare, talvolta in modi meno esplicitati, nelle arti figurative, nella poesia o nel teatro. Un’indagine approfondita di queste forme può portare ad una maggiore comprensione della potenza del sampling anche per chi, per gusti ed inclinazioni, si sente distante dalla cultura hip hop.

Di seguito trovate i link ai canali social di Krimson: YouTube, Instagram – date un’occhiata.

Title Track

Una delle edizioni più (tristemente) note del Festival di Sanremo è quella del 1967, resa celebre dal suicidio di Luigi Tenco, all’epoca appena ventottenne. Fu Lucio Dalla – “vicino di camerino” – tra i primi a trovare il corpo esanime del cantautore; anche se dinamiche e motivazioni precise del fatto sono sempre state piuttosto nebulose (sono state formulate diverse teorie ed ipotesi), ad oggi si è d’accordo nell’individuare la ragione del suicidio di Tenco nell’eliminazione del suo brano Ciao amore ciao, portato al Festival insieme a Dalida. Una canzone colma d’amore, dolore e nostalgia, ma anche con un certo impegno sociale, in quanto relativa ad un problema attuale e delicato: l’obbligato allontanamento dalle campagne natie di coloro i quali partono con la speranza di trovare fortuna in città; Tenco sembra aver sofferto notevolmente la poca apertura e disponibilità all’ascolto da parte del grande pubblico (e degli organizzatori del Festival) verso temi di un certo spessore, il che trapela chiaramente dalle lapidarie righe scritte poco prima di togliersi la vita. Il suicidio del cantautore, concepito da alcuni come un estremo atto di protesta, acquistò presto un notevole valore simbolico, impattando non poco sulla ricezione (soprattutto giovanile) del Festival, così come su parte del pubblico e degli addetti ai lavori: nasceranno di lì a poco i Club Tenco (prima a Venezia e poi a Sanremo) con relativo premio (1974), insieme a tutta una serie di discorsi relativi al valore e alla “potenza” della canzone d’autore tout court.

Tra le varie conseguenze derivate dal luttuoso evento spicca Preghiera in gennaio di Fabrizio De André, amico di Luigi Tenco a cui Faber dedicò il suddetto pezzo (pur senza averlo esplicitato inizialmente: gli sarebbe sembrato di stare speculando sul lutto). Pubblicata nel 1967 nel 45 giri contenente anche Si chiamava Gesù, la canzone ha come tema principale il suicidio e la stridente contraddizione di una Chiesa, una religione ed una società che condannano l’atto estremo, pur credendo in un ipotetico “buon Dio” nel cui mondo “non c’è l’inferno”. Proprio a Dio stesso si rivolge De André, chiedendogli di accogliere i suicidi, rappresentati non come peccatori o disperati incapaci di scegliere e agire, ma come individui stremati, che usano le poche energie rimaste in un ultimo atto di profonda consapevolezza e coraggio: 

Fra i morti per oltraggio

Che al cielo ed alla terra

Mostrarono il coraggio

Preghiera in gennaio, infine, non manca di una tagliente nota polemica: un’apostrofe rivolta ai “signori benpensanti”, ai quali Faber spera che non spiaccia

Se in cielo, in mezzo ai santi

Dio, fra le sue braccia

Soffocherà il singhiozzo

Di quelle labbra smorte

Che all’odio e all’ignoranza

Preferirono la morte.

MusiCalendario

Proprio nel mese di gennaio 1951 – precisamente il 29 – si tenne la prima edizione del Festival, non al teatro Ariston come oggi, bensì presso la sfarzosa struttura del casinò della cittadina ligure. La location (sede dell’evento fino al ’76) non è l’unico degli aspetti che differenziavano i primi Festival dal Sanremo a cui siamo oggi abituati: infatti, prendendo in parola il sottotitolo dell’iniziativa, alla prima edizione parteciparono solo tre cantanti – Achille Togliani, il Duo Fasano e Nilla Pizzi (che vinse con la celebre Grazie dei fiori, con testo di Mario Panzeri e Gian Carlo Testoni, musica di Saverio Seracini) – per ben venti brani: festival della CANZONE italiana più che dei cantanti, appunto. 

Il primo Festival fu presentato da Nunzio Filogamo (che ne condurrà poi altri cinque, oltre a diverse successive apparizioni radiotelevisive – legate e non a Sanremo) e gestito ed organizzato dalla RAI; l’iniziativa nacque per andare incontro alle esigenze di un’Italia reduce dalla Seconda Guerra Mondiale, desiderosa di “ricostruire, recuperare il tempo perduto” (Franco Fabbri) e “ritrovare ideali e un senso della patria che si era smarrito” (Gino Castaldo) tra, appunto, conflitti e ventennio fascista: l’obiettivo era dunque trovare, nella canzone, un’unità che si era persa, qualcosa attorno alla quale stringersi ed identificarsi, anche (molto) vivacemente: il “tifo” e l’entusiasmo si dimostrarono infatti particolarmente accesi. Già dalle prime edizioni e poi negli anni successivi l’impatto sugli Italiani (e non: in quegli anni fiorirono svariati festival dedicati alla musica italiana, peraltro non solo in Europa) si rivelò notevole, così come l’eco mediatica e la proliferazione di discorsi relativi alla canzone, alla sua natura e ai suoi stilemi, piuttosto che all’effetto che la partecipazione al Festival potesse (e, ad oggi, possa) avere su un artista – temi ancora attuali.

Quella di Sanremo è una storia complessa, che nei suoi 73 anni ne ha viste parecchie (e ne ha “fatto vedere” altrettante): tra l’ospitata di Eminem, temuto e chiacchierato per via dei suoi testi e del suo atteggiamento (non particolarmente “sanremesi”), Brian Molko dei Placebo che, dopo aver cantato Special K, scaraventò la sua chitarra contro un amplificatore, prendendosi assortiti fischi (fatti verificatisi entrambi nel 2001, annata interessante) o il più recente battibecco Bugo-Morgan (2020), insomma, “come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita”

Vedremo, a breve, cosa ci riserverà quest’edizione del Festival, l’evento in grado di riunire amici vicini e lontani”.

Eventi in arrivo

Durante il mese di gennaio è stata resa nota una notizia non da poco: la Queen del Pop Madonna ha infatti pubblicato un video in cui lei e alcuni – notevoli – ospiti (tra cui Amy Schumer, Diplo, Eric Andre, Lil Wayne e Jack Black) giocano ad obbligo o verità. Ad un certo punto, alla popstar viene proposto un tour mondiale, e Madonna risponde alla “sfida”: questa l’originale soluzione per annunciare il suo Celebration Tour, che toccherà 35 città tra cui Milano (23 e 25 novembre 2023).

È ufficiale: nella prossima estate si terrà il primo concerto italiano di Joji; l’artista giapponese si esibirà a Milano al Carroponte il 24 agosto 2023.

A meno di due settimane dalla pubblicazione di Madreperla, Guè ha già potuto togliersi qualche sfizio: il disco è stato infatti certificato “oro” ed il regista dello Street Cinema italiano ha coronato il tutto annunciando un live all’Ippodromo San Siro (Milano) in data 10 luglio.

Abbiamo accennato ad alcuni dei tanti momenti memorabili del Festival (evento live per eccellenza per molti italiani), parecchi dei quali sono legati agli ospiti: diamo un’occhiata a quelli di quest’anno, recentemente annunciati. A fianco ai concorrenti – noti già da tempo – parteciperanno anche Achille Lauro, Al Bano, Annalisa, Blanco, Fedez, Francesco Renga, Guè, La Rappresentante di Lista, Mahmood, i Maneskin, Massimo Ranieri, Nek, Piero Pelù, i Pooh, Salmo e Takagi & Ketra; immancabile l’ospite internazionale, ruolo che quest’anno sarà ricoperto dai Black Eyed Peas. Possiamo, comunque, aspettarci altre sorprese e “assi nella manica”, che verrano annunciati più avanti o che ci sorprenderanno direttamente sul palco dell’Ariston.

Appuntamenti di febbraio, Torino e provincia:

Uno degli eventi più attesi da molti fan torinesi è lo show dei Maneskin, che porteranno il loro Loud Kids Tour a Torino – presso il Pala Alpitour – in data 25 febbraio. Inutile dirlo (complice l’hype dovuto alla recente uscita dell’album RUSH!), è tutto sold out già da tempo.

L’Hiroshima Mon Amour fa “settebello”, con un’abbondante proposta di eventi per il mese venturo: si comincia con due serate all’insegna dell’hip-hop, con Rancore e Mondo Marcio (rispettivamente 2 e 3), seguite poi dal concerto di Neima Ezza (9 febbraio). Seguiranno, in data 17 febbraio, un tributo a Rino Gaetano e poi Gio Evan (con una doppia data, 23 e 24) e Nesli (28 febbraio), che chiuderanno il mese.

Un altro tributo, stavolta dedicato agli Abba, presso il Teatro Colosseo: appuntamento per domenica 12. Nella medesima location si esibiranno poi Achille Lauro (20 febbraio) e Venditti con De Gregori (27 febbraio, terza data in due mesi nel capoluogo piemontese: il lungo tour dell’instancabile duo continua).

Mi sento di consigliare a tutte e a tutti di dare un’occhiata al sito del Teatro Regio: durante il mese di febbraio sarà infatti possibile assistere ad un concerto (13 febbraio) dal programma decisamente interessante, con musiche di Lili Boulanger (D’un matin de printemps), Modest Musorgskij (Quadri di un’esposizione) e Niccolò Paganini (Concerto n. 1 in re maggiore per violino e orchestra, op. 6) e all’Aida di Giuseppe Verdi (dal 25 febbraio all’8 marzo), con direzione di Michele Gamba e regia di William Friedkin.
Concludiamo con Mozart: la sua Sinfonia n. 29 in la maggiore, il Concerto “Ferlendis” per oboe in do maggiore e la Sinfonia n. 40 in sol minore costituiscono, infatti, il programma del concerto “Il Pomo d’Oro”: organizzato da Lingotto Musica, si terrà in data 7 febbraio presso l’Auditorium Giovanni Agnelli.

DiStagione

L’anno si apre con diverse novità, provenienti dall’estero e non: vediamone una parte.

Cominciamo con i The Strokes, che nel secondo venerdì del mese hanno pubblicato la “Rough Trade Version” di The Modern Age, facente parte del loro celebre album d’esordio Is This It (2001). Si tratta della prima fase del progetto The Singles Vol.1, un’edizione speciale che raccoglierà alcuni tra i primi, migliori singoli del gruppo: sarà possibile acquistare ed ascoltare i dieci vinili contenuti all’interno del cofanetto a partire dal 24 febbraio.

Durante lo scorso mese – precisamente il 18 gennaio 2015 – ricorre il triste anniversario della morte del cofondatore dell’A$AP Mob A$AP Yams: proprio in quella data A$AP Rocky ha voluto ricordare l’amico scomparso con l’uscita di Same Problems?. Si tratta, in realtà, di una dedica collettiva, rivolta agli scomparsi del mondo dell’hip-hop, genere particolarmente colpito da flagelli quali overdose e sparatorie, che stroncano le vite di tanti talenti sempre troppo giovani. È stato questo il tema del breve intervento introduttivo di Rocky prima della performance live trasmessa in esclusiva da Amazon Music in data 9 dicembre; il rapper si è esibito mentre, alle sue spalle, scorrevano le fotografie di alcune delle molte vittime di quei “soliti problemi” della scena hip-hop (tra gli altri, viene onorata la memoria di DMX, Juice Wrld, King Von, The Notorious B.I.G., 2Pac, Takeoff, XXXTENTACION e, ovviamente, A$AP Yams). Il singolo, tra l’altro, costituisce il primo passo verso Don’t Be Dumb, il nuovo album di A$AP Rocky in uscita prossimamente.

Tra le novità troviamo poi Flowers di Miley Cyrus, primo singolo di Endless Summer Vacation, il suo ottavo album, in uscita il 10 marzo prossimo. Fin dal primo ascolto, il pezzo mi ha ricordato I Will Survive di Gloria Gaynor, sia nelle sonorità che nel testo, in entrambi i casi incentrato sull’indipendenza e sulla nuova forza che, a volte, si scopre di avere dopo la fine di una relazione (“I didn’t wanna leave you, I didn’t wanna lie”, “I can buy myself flowers, […] I can love me better than you can”). Con la sua Flowers, Miley si è meritata il plauso di Gaynor stessa, espresso tramite un post su Instagram ed un notevole successo: la canzone ha infatti ottenuto il record di brano più ascoltato su Spotify nel giro di una settimana. 

Rimanendo in tema “floreale”, il 19 è uscita I Wish You Roses, il nuovo singolo di Kali Uchis: si parla anche qui di rapporti (di ogni tipo – romantici come amicali) che, per un motivo o per l’altro, finiscono, senza la necessità di trovare un colpevole cui imputare la rottura. Diventa dunque necessario “chiudere” nel migliore modo possibile, cercando di limitare i danni e mantenere quell’affetto che, una volta dato, apparterrà per sempre alle persone cui lo si è donato (“any love I gave you’s forever yours to keep”).

Novità anche per gli Overmono: il duo ha infatti pubblicato Is U, brano nel quale assistiamo ad una perfetta fusione tra il minimalismo del ripetuto sample vocale (tratto da Gladly, pezzo della cantautrice inglese Tirzah) e la progressiva evoluzione di un “tappeto sonoro” di sottofondo, il tutto senza perdere la coinvolgente carica ritmica, fondamentale in un pezzo che strizza l’occhio allo UK garage come questo; se non accennate almeno un timido movimento del collo non penso siate umani.

Essere genuinamente felici per gli altri non è frequente: a gennaio è però accaduto qualcosa di singolare che mi ha fatto provare questa particolare sensazione. Bvtman è un producer di Brooklyn che, nel mese appena trascorso, ha ottenuto che un suo beat venisse utilizzato da J. Cole nel brano procrastination (broke); come si può leggere dalla copertina del singolo (lo screenshot della conversazione tra il rapper ed il producer), la collaborazione è nata grazie ad un momento di stallo creativo di Cole: costui, sperando di trovare qualche stimolo, ha cercato delle strumentali “in stile J.Cole” – i cosiddetti type beats – e, imbattutosi nella strumentale di bvtman, ha deciso di usarla. Un bel regalo per un beatmaker emergente, ma anche un gesto particolarmente significativo per tutti gli artisti che danno il meglio di sé e condividono il loro operato con il mondo attraverso internet. Le notizie relative a J.Cole non finiscono qui: il mese di gennaio è stato particolarmente prolifico per il rapper che, spesso, ci ricorda di essere anche un producer coi fiocchi (tra i numerosi brani che vedono Cole “alle macchine” ricordiamo January 28th, Wet Dreamz, Middle Child e Let Go My Hand). Con il beat di Two Tens, prodotto per Cordae e Andreson .Paak, Jermaine Lamarr Cole alza ancora una volta l’asticella; suggerisco vivamente l’ascolto.

Mercoledì 11 Fulminacci ci ha resi partecipi del suo primo lavoro dell’anno nuovo; dopo l’album Tante care cose e altri successi (uscito a marzo 2022), l’artista romano è infatti tornato con un singolo chiamato Tutto inutile, una vera e propria valvola di sfogo, un invito a ridimensionare e a dire (e dirsi) le cose come stanno, anche abbandonandoci – ogni tanto – ad un sano “che cosa ho fatto io di male?”, magari urlato mentre combattiamo “con il filo delle cuffiette” (citando la prima strofa del pezzo). Quando ci vuole, ci vuole.

Se si parla di Guè, il mio giudizio da fanboy potrebbe essere ritenuto fazioso, ma la critica e molte delle persone con cui mi è capitato di confrontarmi in merito sembrano essere dalla mia parte: Madreperla, uscito il 13 gennaio (annunciato da un video promozionale a dir poco iconico, starring i vari featuring del disco e niente po’ po’ di meno che Jerry Calà), ribadisce la forma smagliante di due mostri sacri quali “Cosimoney” e Bassi Maestro – anche se, sinceramente, non credo fossero in molti a dubitarne. Il rapper, beatmaker e dj milanese ha curato la produzione di tutte le tracce del disco (eccezion fatta per Chiudi Gli Occhi, beat realizzato “a quattro mani” insieme a Shablo), realizzando un prodotto dal sound classic, ma comunque fresco, non sterilmente nostalgico. Il sapiente gusto nella scelta e nella manipolazione dei sample (Guè ha parlato di Bassi come di un vero e proprio digger, letteralmente uno “scavatore”, dotato di una notevole cultura musicale) e le indiscutibili capacità liriche di “Mister Fini” sono i giusti ingredienti della ricetta per rimanere al vertice del rap italiano.

Concludiamo con Bresh, che in data 27 gennaio ha pubblicato Guasto D’Amore, esaudendo un desiderio comune a molti dei suoi fan (compreso il sottoscritto). Una vera e propria canzone d’amore dedicata al suo Genoa che, condivisa per la prima volta tramite un reel su Instagram (quasi due anni fa – 19 febbraio 2021), ha immediatamente fatto breccia nel cuore del pubblico di Bresh. Costui, resosi conto del potenziale del pezzo, ha cominciato ad inserirlo nella scaletta di ognuno dei suoi concerti: la platea, che ogni volta ne recitava a memoria il testo, deve averlo convinto a rendere il brano disponibile sulle piattaforme di streaming. Realizzata in collaborazione con Shune e Dibla, la versione completa di Guasto D’Amore presenta uno splendido arrangiamento che, verso la fine, comprende anche quella che sembra la registrazione di un concerto: un pubblico che canta, fischia e gioisce all’unisono, richiamando l’importanza che la dimensione corale ha avuto nella lunga gestazione di questo brano, che si tratti di una platea o della curva nord dello stadio Luigi Ferraris; a proposito, date un’occhiata qui.

Golden Hour Gems

Fra le proposte del mese trovate WHEN SPARKS FLY, pezzo di Vince Staples facente parte del suo quinto album RAMONA PARK BROKE MY HEART (2022), disco che ho apprezzato parecchio e che – per quanto riguarda molti dei brani all’interno – si sposa particolarmente bene con la nostra “playlist vespertina”: erano infatti diversi i pezzi papabili (MAGIC e EAST POINT PRAYER sono arrivate seconde pari merito).

Tra gli altri, ho poi selezionato un brano di Tems, The Key, anche per tracciare un fil rouge con l’editoriale: è infatti probabile che abbiate già sentito la (splendida) voce dell’artista nigeriana in WAIT FOR U, famoso pezzo di Future e Drake nel quale troviamo un sample di Higher, quinta traccia dell’album For Broken Ears, da cui è tratto anche il pezzo da me scelto.

Buon ascolto.

Al mese prossimo!

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Francesco Bonfante